Immagina la California del 1973.
Niente Instagram, niente Strava, niente sospensioni da 180 mm con sensori elettronici.
Solo un gruppo di ventenni un po’ hippy, un po’ surfisti, un po’ motociclisti falliti, che si riunivano sul Monte Tamalpais, a nord di San Francisco, per fare una cosa semplice e folle: scendere a tutta velocità su vecchie bici da città.

Quelle bici non erano fatte per quello. Erano Schwinn cruiser degli anni ’40-’50, pesantissime (oltre 30 kg), con telai in acciaio da guerra, freni a tamburo da moto, manubri larghi da BMX e gomme balloon da 2.125″ che sembravano ruote di trattore.
Le chiamavano klunker – termine dispregiativo per “rottame”.

Eppure, su quelle bici, un manipolo di amici iniziò a organizzare gare clandestine chiamate Repack Downhill.

Perché Repack?
Perché dopo ogni discesa i freni a tamburo si surriscaldavano talmente tanto che l’olio lubrificante colava via.
Bisognava riempirli di nuovo (re-pack) prima della corsa successiva.

I protagonisti?

  • Charlie Kelly – il narratore, l’organizzatore, quello che teneva i tempi con un orologio da polso e una birra in mano
  • Joe Breeze – il primo a capire che serviva un telaio fatto apposta
  • Tom Ritchey – il genio dei tubi leggeri e delle geometrie intelligenti
  • Gary Fisher – il primo a fiutare l’affare commerciale

Nel 1977 Joe Breeze costruì la Breezer #1: considerata da molti la prima vera mountain bike della storia.

Telaio in acciaio Reynolds 531, forcella lunga, freni cantilever da BMX, mozzi larghi, geometria rilassata per stare in equilibrio nelle discese ripide.
Non era bella, ma funzionava.

Nel 1981 arrivò il punto di non ritorno: Specialized (azienda che fino ad allora faceva solo copertoni) lanciò la Stumpjumper, la prima mountain bike di serie prodotta in massa.
Prezzo: 750 dollari dell’epoca (una fortuna).
Vendite: migliaia di pezzi nei primi mesi.

Ecco come appariva una delle prime Stumpjumper classiche:

Da lì in poi fu un’esplosione.
Nel giro di pochi anni le mountain bike passarono da essere un culto underground a un’industria globale.
Ma le radici restano lì: su quelle strade sterrate di Marin County, tra fumo d’erba, risate e freni in fiamme.

Oggi, mentre sfrecciamo su trail da 200 mm di escursione con ruote da 29″ e trasmissioni a 12 velocità wireless, è facile dimenticare che tutto è nato da un gruppo di amici che volevano semplicemente divertirsi di più scendendo da una collina.

Forse la vera essenza della mountain bike non sta nella tecnologia, ma in quell’atteggiamento:
prendere qualcosa di sbagliato per lo scopo, modificarlo con le mani, e buttarsi giù a capofitto comunque.