Nel 2026 la mountain bike sembra aver trovato il suo nuovo santo graal: le ruote da 32 pollici. Felix Stehli vince una tappa alla Cape Epic su una Stoll P32, i prototipi di BMC e Bike Ahead girano nei test, e l’UCI ha tolto ogni limite di misura. I comunicati stampa parlano di “rivoluzione”, “grip mai visto” e “flusso ipnotico”. Eppure, prima di buttare via la nostra amata 29er e ipotecare la casa per un set di cerchi giganti, forse è il caso di fermarsi un attimo e chiedersi: ma siamo proprio sicuri che servano a tutti? O stiamo solo correndo dietro all’ennesima bolla di marketing?

Non fraintendeteci. I vantaggi fisici ci sono, e sono misurabili. Un diametro maggiore significa un angolo di attacco più favorevole sulle rocce e sulle radici: la ruota “sale” invece di sbattere. Il momento d’inerzia più alto aiuta a mantenere la velocità sui terreni irregolari, e il contatto con il suolo aumenta, regalando più trazione in curva e in frenata. Su singletrack veloci e aperti, o su lunghe maratone gravel-like, la sensazione di “galleggiamento” è reale. Chi è alto 1,80 m o più probabilmente troverà in queste bici una stabilità che con le 29er non ha mai provato del tutto.
Ma qui finisce il paradiso e inizia la realtà per la stragrande maggioranza dei rider.
Il problema della taglia: non tutti siamo giganti
Provate a immaginare un rider di 1,60 m su una 32 pollici. Il copertone anteriore rischia di sfiorare il piede o il ginocchio in curva stretta, il baricentro si alza, la geometria diventa complicata da gestire. Già con le 29er molte taglie S e XS sembravano biciclette “prestate” da un fratello maggiore. Con le 32 si rischia di rendere il mountain bike uno sport solo per alti e longilinei. I test indipendenti lo confermano: su terreni tecnici e stretti, la maggiore inerzia rende la bici meno agile, più “barca” che “danza”. Quel gioco di spostamenti di peso, di manual e di pump che rende divertente un trail flow diventa più faticoso e meno intuitivo.

E non è solo una questione di altezza. Il peso aggiuntivo – anche se i costruttori stanno lavorando su carbonio ultraleggero e raggi innovativi – è inevitabile. Più materiale nel cerchio, copertoni più grandi, forcelle rinforzate. Su una salita ripida e tecnica, quei grammi in più si sentono, soprattutto se non sei un pro che pedala otto ore al giorno a ritmo gara. Molti rider amatoriali riferiscono che la bici “si sente” più pesante nelle accelerazioni e nei cambi di direzione repentini.
Il mito del “tutto migliore”
La storia del mountain bike è piena di “miglioramenti” che poi si sono rivelati compromessi. Ricordate quando le gomme plus dovevano salvare il mondo con il loro comfort extra? O quando tutti giuravano che le 27.5″ fossero il massimo della giocabilità? Oggi la maggior parte delle bici da trail e enduro gira su 29 pollici (o mullet) perché il compromesso si è rivelato vincente per la maggior parte degli usi. Ma le 32 pollici rischiano di essere forse un passo troppo lungo.

Su terreni molto tecnici, ripidi e lenti – quelli tipici delle Alpi o degli Appennini italiani – la maggiore stabilità può trasformarsi in un difetto: la bici è meno disposta a cambiare linea rapidamente, meno giocosa nei tratti stretti tra gli alberi. In bike park o su discese veloci e battute, il vantaggio si riduce perché lì contano di più sospensione, geometria e grip del copertone che non il diametro della ruota. E poi c’è il fattore pratico: ricambi? Pochi e costosi, almeno per i primi tempi. Copertoni specifici? Ancora rari e carissimi. Trasporto in auto o in aereo? Il cerchio gigante non entra più nei bagagliai standard e complica tutto.
I negozi di bici locali già faticano a tenere stock di ruote, forcelle e telai per le misure attuali. Immaginate cosa succederà quando dovremo gestire anche le 32 pollici: magazzino esploso, costi più alti per il consumatore, e il rischio che il “nuovo standard” diventi l’ennesima nicchia per pochi appassionati facoltosi.
La vera domanda: stiamo innovando o solo vendendo?
Il sospetto è che dietro tanto entusiasmo ci sia soprattutto l’esigenza dell’industria di creare un nuovo ciclo di acquisti. Dopo anni in cui le 29er hanno raggiunto un livello di maturità altissimo – telai leggeri, geometrie perfette, sospensioni raffinate – serviva qualcosa di “rivoluzionario” per spingere i rider a cambiare bici. Le 32 pollici sono perfette per questo: promettono prestazioni marginali (soprattutto per i pro) ma obbligano a rinnovare telaio, forcella, ruote, copertoni e spesso anche il setup complessivo.
Per i rider di XC, su percorsi puliti e veloci, il guadagno può valere la pena. Per chi fa enduro aggressivo, trail tecnico o semplicemente esce nei weekend per divertirsi con gli amici, il rischio è di pagare di più per una bici che in certi momenti è addirittura meno piacevole da guidare.

Attenzione, non si sta dicendo che le 32 pollici siano inutili. Per rider di alta statura, per gare lunghe su terreni aperti o per chi cerca il massimo della scorrevolezza su ghiaia e sterrati infiniti, possono essere una scelta sensata. Ma trasformarle nel “nuovo must” per tutti potrebbe essere una definizione troppo forte. Il mountain bike ha sempre funzionato perché ha saputo offrire opzioni diverse: 27,5 per chi ama la giocabilità, 29 per chi vuole velocità e comfort, mullet per il compromesso perfetto.
Forse invece di inseguire ruote sempre più grandi dovremmo chiederci cosa vogliamo davvero dalla nostra bici: più divertimento, più accessibilità, più varietà di terreni o solo l’illusione di essere sempre un passo avanti alla tendenza del momento?
Le ruote da 32 pollici non sono il diavolo. Sono solo l’ennesimo capitolo di una storia fatta di compromessi. Prima di saltare sul carro, provatene una sul vostro trail preferito, in una giornata di pioggia, con curve strette e radici traditrici. Poi chiedetevi onestamente: mi diverto di più, o sto solo pedalando su una bici più grande di me? Il vero progresso non è sempre “più grande”. A volte è capire quando fermarsi e godersi quello che già funziona alla grande.


