Alle 4 del pomeriggio blocco le ruote nel parcheggio di Nèvache, valle della Clarèe: sono rimasto per oltre 8 ore in sella ed ho ancora gli occhi pieni dei paesaggi e degli ambienti meravigliosi attraversati nel massiccio dei Cerces. Già, quella di oggi credo sia stata la più bella ed emozionante gita in mountain bike della mia carriera: e pensare che ad un certo punto la mia piccola compatta digitale è rimasta senza batteria… Beh, buona scusa per tornare il prossimo anno, magari per un giro ancora più allargato: il paradiso della MTB è qui, a poco più di due ore di macchina, come resistere!

Punto mio malgrado la sveglia alle 5 del mattino: la risalita della Val Susa è veloce, attraverso una sonnolenta Bardonecchia e svalico oltre confine per il poco conosciuto e bellissimo Col de l’Echelle. Alle  8 sono pronto a partire da Nevache in sella alla mia bici: l’alta valle della Clarèe è a me ancora sconosciuta, tutti i miei precedenti raid si fermavano qui: ora invece si risale placidamente su pendenze modeste sino ad arrivare alla fine dell’asfalto in località Laval.

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Già gli occhi pregustano il magnifico ambiente che andrò via via a scoprire: per una carrabile dal fondo un po’ disconnesso si risale ulteriormente in bici sino al Refuge des Drayeres mt 2180: mi attende il primo tratto di portage, ma in qualche frangente si riesce ancora a pedalare.

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Mi sento molto bene fisicamente, segno che ho debitamente smaltito le ultime uscite – e in poco tempo raggiungo il primo dei tanti laghetti della giornata, il Lac Clarèe.

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Ancora un breve tratto ed eccoci al cospetto dei due magnifici Lac Rond e Lac du Grand Ban a quota 2450.

 

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L’ambiente circostante è idilliaco ed invita ad una prima sosta, contendendo il terreno con un numeroso gregge di pecore che sta pascolando placidamente (attenzione al caratteraccio dei cani e dei pastori!).

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Di buona lena attacco la salita verso il Col des Cerces: di pedalare nemmeno a parlarne, ma era già tutto preventivato, e poi ormai sono diventato un maestro nel portage: la mia bici grava in perfetto equilibrio sulla schiena e diventa una specie di trespolo a cui aggrapparsi…

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In breve raggiungo il colle a quota 2574 mt

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Mi aspetta una bellissima discesa verso il Lac des Cerces, sicuramente il più bello di quelli attraversati, posizionato in una incantevole e verdissima radura.

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Si starebbe qui ore intere ad ammirare questo spettacolo, ma il dovere chiama, ed allora eccomi pronto ad affrontare l’ennesimo colle, quello della Ponsonniere.

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A differenza del precedente, la salita è meno ripida e in buona parte pedalabile:  in un punto particolarmente ripido ove io sono ovviamente sceso di sella, mi supera a velocità supersonica un agguerrito biker francese: beato lui! Io invece proseguo tranquillo a piccoli passi e colpi di pedale, ed eccomi al Col de la Ponsonniere, q 2612.

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Nuovo cambio di vedute e prospettive mi attendono, ed è una sorpresa ad ogni svolta: ora sotto di me ecco le acque turchesi del Grand Lac che mi accompagnano lungo un bellissimo single trail a mezza costa in cui sembra di essere sospesi nel vuoto, e ad un certo punto ecco comparire anche i ghiacciai dellla Meijie.

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Con una impegnativa discesa ci si fionda a valle lungo un sentiero che mi porterebbe a Serre Chevalier, nella valle della Guisane: io però devo svoltare verso il Col de Chardonnet, e qui viene il bello! Il sentiero è per nulla ciclabile: sono 400 metri e moneta da risalire, un po’ con la bici in spalla e un po’ al fianco. Qui la batteria della mia macchina fotografica – dopo i tanti innumerevoli scatti – esala l’ultimo respiro, con mio sommo rammarico!

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Nervi saldi e concentrazione, qualche piccola sosta ed anche questa ultima asperità è vinta: ora sono al Col de Chardonnet, cima Coppi della giornata: 2638 metri. Mi attende una lunga e meravigliosa discesa, tutta in sella alla bici, e di nuovo si scoprono prospettive ed angoli particolari di queste bellissime montagne.

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Un piccolo angolo di paradiso al Refuge de Chardonnet 2223 mt invita ad una piacevole sosta prima di affrontare l’ultimo ed impegnativo tratto di discesa: la pendenza è modesta ma il sentiero è ingombro di massi e detriti che mettono a dura prova sospensioni e braccia.

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Con un’ultima deviazione “fuori programma”  imbocco un single trail nel bosco che mi permette di evitare un buon tratto di asfalto: ormai sono a fondovalle, non resta che riguadagnare i pochi chilometri  che mi separano da Nevache, oviamente battuti da un forte vento contrario.  E’ stata dura, ma vi assicuro che ne valeva la pena! Spero che le foto riescano a trasmettervi le stesse meravigliose sensazioni che ho provato io attraversando queste splendide montagne!

Testo e foto di Fabrizio Godio

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