Querays, giro del Pic de Rochebrune




“Bon courage….”: molti oggi me lo hanno detto vedendomi arrancare sulle assolate montagne francesi del Querays, per un tour ispirato da alcune relazioni scovate su internet e che da tempo avevo nel mirino. Bisognava solo aspettare la giornata giusta, e così dopo aver recuperato un po’ di energie dopo il durissimo tour sui ghiacciai svizzeri, eccomi pronto ad affrontare l’ennesima, epica zingarata solitaria.

L’Izoard è la prima tappa di questa lunga giornata: preferisco evitare il più possibile l’asfalto ed il conseguente traffico, per cui dopo aver raggiunto il borgo di Le Laus mt 1745 si lascia la Route D902 per risalire su un comodo sterrato sino alle baite di Blétonnet.

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Un pannello di legno con le indicazioni “Sentier Botanique” è la chiave che mi permette di fare gran parte della salita lontano dal traffico: un comodo sterrato infatti risale l’ombroso Bois Noir per ricongiungersi all’asfalto poco prima delRefuge Napoleon: da qui ormai pochi chilometri su asfalto e si è al colle dell’Izoard mt 2360, naturalmente gremito di turisti e ciclisti di ogni provenienza e rango. Disdegno questa confusione, e allora giù veloce sull’altro versante, a lambire le pietraie desertiche della suggestiva Casse Deserte, con doveroso omaggio alla stele ricordo di Fausto Coppi.

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Poco oltre, un breve slargo panoramico segna il vero inizio della mia gita: un sinuoso sentiero, marcato GR58, entra nel bosco e risale in direzione del Lac de Soulier. Fondo perfetto e ciclabilità totale, è un piacere pedalare e constatare quale rispetto abbiano i numerosi escursionisti incontrati, sempre pronti a cederti il passaggio e ad incoraggiarti. Siamo anni luce lontani dall’italiota penisola…..

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Poco più di un chilometro in leggera ascesa ed eccomi al bivio per il Lac de Soulier: la ciclabilità ora peggiora e in numerosi punti si porta la bici in spalla, anche per non ostacolare il numeroso flusso di escursionisti.

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Poco più di mezz’ora ed eccomi al delizioso laghetto  q. 2492 incastonato tra aspre montagne dolomitiche.

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Il luogo – nonostante l’affollamento – invita ad una breve sosta prima di affrontare una lunga e goduriosa discesa sull’altro versante che porta al piccolo borgo di Souliers.

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In pochi punti si deve scendere di sella, per il resto è un bellissimo single trail che attraversa tutte le fasce della vegetazione prima di giungere ai verdi prati falciati di Souliers mt 1816, con una deliziosa chiesetta.

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Dopo un doveroso rifornimento idrico si affronta ora la temibile salita al Col de Pèas: 800 metri da superare, soffro terribilmente per il gran caldo ma gli ambienti attraversati sono di quelli che esaltano e aiutano a ricercare le giuste energie mentali e fisiche.

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Il primo tratto soprattutto è terribile: il sentiero Gr58 – sempre lui – risale il fitto bosco di larici con sinuosi tornanti molto ripidi, anche se spesso si riesce a stare in sella. Quando si esce allo scoperto della vegetazione, inizia un lunghissimo traverso, in gran parte ciclabile, che si inoltra nel vallone di Pèas con grandi vedute sulle tante cime sconosciute del Querays.

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Solo verso la fine il sentiero si fa via via più accidentato, e l’arrivo al colle è di quelli che non si dimenticano, l’ambiente è meraviglioso.

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Da qui si scorge ora anche il Pic de Rochebrune, la montagna simbolo di questa parte di Alpi.

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Ora non resta che scendere… E che discesa! Anche qui, salvo un breve tratto centrale dal fondo ghiaioso in cui la bici si comporta come un cavallo imbizzarrito, si rimane sempre in sella.

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Per vallette e ampi pascoli si arriva in fondo alla valle di Cerveyrettes, in loc. Les Fonds mt 2040, dove un grazioso rifugio offre il meritato conforto.

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Il rientro a Cervieres, dapprima lungo una sterrata che discende sul lato sinistro del torrente e poi su asfalto, permette di attraversare questo solitario e pianeggiante vallone, dall’aspetto idilliaco.

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E’ stata una lunga e faticosa giornata, quasi 9 ore in sella per un tour all mountain meraviglioso, sicuramente uno dei più appaganti che mi siano capitati in questi anni di scorribande sulle alpi.

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Testo e foto di Fabrizio Godio

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